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CHI E' ROBERTO GENTILE

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L'EDITORIALE DI...

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T.O. DEL MESE

BOTTA & RISPOSTA

IPSE DIXIT

federer nostalgia combinatoNessuno dubita che Roger Federer vada ormai considerato il più grande tennista della storia. Pochi ricordano, ma nessuno dubita, che nell’Alpitour degli anni ‘70/’80 ci fossero già gli elementi che le avrebbero permesso di mantenere la leadership del turismo italiano fino a oggi. Cos’hanno in comune Federer e l’Alpitour del secolo scorso? Quella che i mental coach chiamano “in the zone” o “trance agonistica”: nel tennis, quella rara e incredibile condizione psicofisica in cui tutto fluisce senza sforzo apparente, il gioco funziona alla perfezione e tu sai già che colpirai la pallina e la manderai esattamente in quell’angolo del campo dove il tuo avversario non arriverà mai. Federer lo ha sperimentato svariate volte, vincendo i suoi venti titoli nel Grande Slam. Nel lavoro, soprattutto creativo, è quello stato di coscienza in cui si è completamente immersi nell’attività che si sta facendo, totalmente coinvolti da essa, focalizzati sull’obiettivo, assolutamente positivi sul raggiungimento del risultato, intrinsecamente motivati e gratificati dallo svolgimento stesso del compito. L’Alpitour guidata da Lorenzo e Guglielmo Isoardi era “in the zone”: apriva una destinazione (le Canarie, ad esempio) e i turisti accorrevano a frotte; lanciava una promozione e i telefoni del booking s’incendiavano; metteva su catene charter su Spagna, Grecia, Tunisia e doveva sempre aggiungere voli extra; inventava, dal nulla, l’Assistenza in loco e questa diventava un canone per tutta la concorrenza. Ma, soprattutto, era l’atmosfera che in quegli anni si respirava nella storica sede di San Rocco Castagnaretta, a due passi da Cuneo, che era veramente “in the zone”: centinaia di colleghi, la maggioranza dei quali nati in un raggio di pochi chilometri, che trasformavano l’Agenzia Alpi di Lorenzo Isoardi - in una provincia allora senza neanche l’autostrada - nel più importante t.o. italiano. Del quale facevano parte, tanto per fare qualche nome, il Paolo Monte inventore dell’indimenticato “Turista fai da te? No Alpitour? Ahi ahi ahi”, il Pietro Aversa che sarebbe poi andato in Alitalia e in IATA, e oggi in Nicolaus; il Sergio Testi che, dopo trent’anni di Alpitour, oggi guida Gattinoni Travel Network. Sono certo che la pensano come me tutti i duecento (!) colleghi che il 13 aprile 2019 si sono ritrovati a Cuneo in occasione dell’Operazione Nostalgia, raduno degli ex dipendenti Alpitour (ma non solo) accolti da un sempre in forma Guglielmo Isoardi. “Non sapevamo che stavamo facendo qualcosa di grande, ma lo facevamo con passione e con amore” rivela, quasi commosso, uno dei presenti. La prossima volta invitiamo Roger Federer.

 

poster bit qE’ sempre difficile essere obiettivi e distaccati su una manifestazione che frequento da trent’anni, della quale ricordo edizioni fantasmagoriche, negli anni ’90 pre-internet, durante le quali tutto il mondo del turismo si trasferiva - armi, bagagli e contratti - nei vecchi padiglioni della Fiera di Milano. Innanzitutto, è già buona cosa che la BIT ci sia ancora, perché manifestazioni più titolate come lo SMAU (ancora più fantasmagoriche, all’epoca) non ci sono più. In secondo luogo, i non numerosi operatori che ci credono ancora (tipo MSC Crociere e le sue divisioni, ad esempio) si notano anche di più, vista l’assenza degli altri. Poi, sarebbe un peccato che Milano, la metropoli più trend-setter in Europa, al momento, non avesse un evento dedicato al turismo. Ma che la BIT non sia più nel cuore dei milanesi (e degli espositori), com’era vent’anni fa, lo testimonia il mega-poster dello Sri Lanka che campeggia in metropolitana: neanche un “Venite a trovarci in BIT!” scritto in un angolo. Neanche piccolo piccolo.

 

rombaldoni michelefico logoÈ stato l’evento retail dell’autunno 2017: l’apertura di FICO Eataly World, “il Parco Agroalimentare più grande del mondo” come recita l’home-page, frutto della joint-venture tra Eataly Srl, Coop Alleanza 3.0 Soc. Coop. e Coop Reno Scarl. Creato dal presidente onorario Oscar Farinetti e guidato dall’a.d. Tiziana Primori. L’ha visitato per ton-loghetto.gif Michele Rombaldoni, titolare di Datagest: questo il suo racconto.

“Faccio una premessa: Oscar Farinetti è schierato politicamente, quindi le sue iniziative - da Eataly a FICO - sono evidentemente lette in questa chiave, dalla stampa italiana e non. Della Fabbrica Italiana Contadina avrete letto di tutto e il contrario di tutto, ma la mia impressione personale esula da tutto questo. A me FICO è piaciuto, e molto: è un museo interattivo e un centro educativo, con un’eccezionale dimostrazione di produttori che propongono corsi per adulti e bambini per far conoscere la storia del cibo italiano; ci sono caroselli ambientali che raccontano in modo innovativo il rapporto tra l’uomo e la natura e l’importanza di mangiare bene. Il tutto con un approccio high-tech e all’interno di spazi magnificamente concepiti. In più si mangia bene, a prezzi onesti e la varietà è impressionante. Insomma, Farinetti è riuscito a mettere in piedi una cosa del genere, in Italia e in soli cinque anni, creando tanti posti di lavoro e una vetrina per le eccellenze d’Italia. Ho visto pacchetti per gli australiani che visitano sette Paesi europei in una settimana e Bologna la intravedono dall’autostrada. Se li induce a fermarsi, FICO diventa a tutti gli effetti una nuova meta turistica. Morale, dal punto di vista imprenditoriale: che cosa vuoi dirgli a uno che a fatto una cosa così?!"

 

giopp ericafoto wtmErica Giopp è una Millennials e conosce il mandarino e i cinesi come pochi suoi coetanei. Dopo aver lavorato per anni con Voglia d’Italia Tour (viaggi in Italia per cinesi di fascia alta) si è messa in proprio e al WTM è stata invitata per una testimonianza in pubblico. Ecco il suo racconto:

“Camden Town London, la sveglia suona alle 6:30, caffè nel bicchierone, giù nel Tube, London ExCel è sulla Jubilee, WTM here we are, si aprono ufficialmente le danze e ce n’è per tutti: stand scintillanti più o meno innovativi; chi punta sui mega schermi, chi sulla realtà aumentata, chi sulle miss locali svestite tipicamente (evergreen), chi sul food and beverage (e non sbaglia mai). I panel si susseguono durante la giornata: molta realtà aumentata, molte Digital Tools ma altrettanti focus su Human Touch, Connections e Relationship. Gli speaker fanno il possibile per non abusare della parola “experience” e si concentrano sui “traveler’s feelings”. Un’intera area tematica dedicata al mercato asiatico, cinese in particolare, dove non si menziona l’ormai immancabile bollitore in camera,  ma si tratta di Wechat Miniprograms e come implementarli. Focus su donne in carriera e LGBT, molto partecipato il primo, più interessante il secondo. Really appreciated sono state la Puglia per le orecchiette offerte a pranzo, la Grecia per una superficie espositiva talmente grande da far impallidire la Cina e, per il marketing scatenato, if you don’t mind the gap, ecco che la Bulgaria is the “New” Zealand. Ne esco con l’acido lattico e le tasche piene di business card, il WTM vale il viaggio anche solo per fare networking”.

 

gubitosi a ugentoalitalia logoL’autore di questa newsletter dedica un ritratto a Luigi Gubitosi, commissario straordinario Alitalia, che - dovendo risanare la disastrata ex compagnia di bandiera - occupa un certo spazio nelle menti dei t.o. italiani.

“Non mi chiami commissario: visti i miei trascorsi in RAI, l’unico commissario che mi viene in mente è Montalbano. Dottore va più che bene”. È con una battuta di puro understatement british-partenopeo che si apre l’intervento del commissario Alitalia Luigi Gubitosi all’assemblea generale Fiavet di Ugento. Siccome l’appunto era rivolto al sottoscritto, incaricato di moderare l’evento, ne ho apprezzato lo spirito e mi sono studiato bene il personaggio. Non capita tutti i giorni di vedere un commissario in pubblico, senza filtri. Gubitosi (56 anni, sposato, un figlio, nato da buona famiglia napoletana, da sempre residente a Roma) arriva puntuale, scortato da due manager, in giacca, ma senza cravatta (come va adesso, fa più smart). Seduto in prima fila, segue con attenzione lo speaker che lo precede e prende le misure al pubblico, formato da addetti ai lavori e giornalisti. Chiamato sul palco, si capisce che è abituato: pochi minuti introduttivi, eloquio chiaro e senza fronzoli (solo qualche vocale a rivelare le origini partenopee), poi puntualizza: “Non ci siamo messi d’accordo, ma io sarei qui per rispondere alle domande degli agenti di viaggi, se possibile...”. Certo che è possibile, e parte il contraddittorio (temuto solo dagli speaker che non sanno “tenere” il pubblico). Appare subito chiaro che: primo, si è studiato bene la materia e ne ha acquisito il gergo (“la summer”, “la winter”, “il Bogotà”), pur ammettendo che ne era all’oscuro solo poche settimane fa; poi, sa chi ha davanti e ne rimarca l’importanza (“il 60% delle vendite passa dalle agenzie”); infine, con un piccolo coup de théâtre, rivela la sua email personale Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. (“col punto dopo Luigi”, puntualizza) e invita chi avesse delle proposte a scrivergli personalmente. “Tutto, fuorché non si tratti del raddoppio delle commissioni” chiosa con un mezzo sorriso. Cosa ho imparato nella mezz’ora pubblica di Gubitosi? Primo, che è buona creanza non parlare del recente passato, così Etihad, James Hogan e Cramer Ball non vengono neanche nominati; dopo 19 anni in Fiat, quattro in Wind e tre in RAI (solo per citare le esperienze più note), Gubitosi sa il fatto suo e la patata bollente Alitalia non lo spaventa più di tanto; forte di una laurea in legge, studi economici a Londra e un MBA a Parigi, i conti sono il suo core-business e a risanare un’azienda c’è abituato; per salvare Alitalia serve anche l’avallo dei politici (e dei salotti) romani, dove conta relazioni di pregio (come il Circolo Aniene, regno dell’appena rieletto presidente Coni Giovanni Malagò) e sa su quali sponde contare. Ma l’aplomb e la definizione di “napoletano molto british intriso di romanità” non traggano in inganno, perché Luigi Gubitosi tira fuori le unghie, se necessario: nel 2013, da direttore generale in RAI, fece rumore la sua polemica col giornalista Giovanni Minoli. “Minoli ha un contratto molto oneroso per la RAI, per questo mi ha fatto martellare da chiunque, ogni politico che incontro mi dice che Minoli è andato a farsi raccomandare” rivelava a Panorama. Minoli ovviamente nega tutto, e Gubitosi non replica. Molto british. Anche nel tagliarsi lo stipendio: è lui che nel 2014 propone al CdA di applicare anche in RAI il tetto di 240 mila euro annui, sugli stipendi dei dirigenti delle aziende pubbliche, deciso dal governo Renzi. Da contratto, gliene toccavano 650 mila.