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CHI E' ROBERTO GENTILE

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L'EDITORIALE DI...

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T.O. DEL MESE

BOTTA & RISPOSTA

IPSE DIXIT

gubitosi a ugentoalitalia logoL’autore di questa newsletter dedica un ritratto a Luigi Gubitosi, commissario straordinario Alitalia, che - dovendo risanare la disastrata ex compagnia di bandiera - occupa un certo spazio nelle menti dei t.o. italiani.

“Non mi chiami commissario: visti i miei trascorsi in RAI, l’unico commissario che mi viene in mente è Montalbano. Dottore va più che bene”. È con una battuta di puro understatement british-partenopeo che si apre l’intervento del commissario Alitalia Luigi Gubitosi all’assemblea generale Fiavet di Ugento. Siccome l’appunto era rivolto al sottoscritto, incaricato di moderare l’evento, ne ho apprezzato lo spirito e mi sono studiato bene il personaggio. Non capita tutti i giorni di vedere un commissario in pubblico, senza filtri. Gubitosi (56 anni, sposato, un figlio, nato da buona famiglia napoletana, da sempre residente a Roma) arriva puntuale, scortato da due manager, in giacca, ma senza cravatta (come va adesso, fa più smart). Seduto in prima fila, segue con attenzione lo speaker che lo precede e prende le misure al pubblico, formato da addetti ai lavori e giornalisti. Chiamato sul palco, si capisce che è abituato: pochi minuti introduttivi, eloquio chiaro e senza fronzoli (solo qualche vocale a rivelare le origini partenopee), poi puntualizza: “Non ci siamo messi d’accordo, ma io sarei qui per rispondere alle domande degli agenti di viaggi, se possibile...”. Certo che è possibile, e parte il contraddittorio (temuto solo dagli speaker che non sanno “tenere” il pubblico). Appare subito chiaro che: primo, si è studiato bene la materia e ne ha acquisito il gergo (“la summer”, “la winter”, “il Bogotà”), pur ammettendo che ne era all’oscuro solo poche settimane fa; poi, sa chi ha davanti e ne rimarca l’importanza (“il 60% delle vendite passa dalle agenzie”); infine, con un piccolo coup de théâtre, rivela la sua email personale Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. (“col punto dopo Luigi”, puntualizza) e invita chi avesse delle proposte a scrivergli personalmente. “Tutto, fuorché non si tratti del raddoppio delle commissioni” chiosa con un mezzo sorriso. Cosa ho imparato nella mezz’ora pubblica di Gubitosi? Primo, che è buona creanza non parlare del recente passato, così Etihad, James Hogan e Cramer Ball non vengono neanche nominati; dopo 19 anni in Fiat, quattro in Wind e tre in RAI (solo per citare le esperienze più note), Gubitosi sa il fatto suo e la patata bollente Alitalia non lo spaventa più di tanto; forte di una laurea in legge, studi economici a Londra e un MBA a Parigi, i conti sono il suo core-business e a risanare un’azienda c’è abituato; per salvare Alitalia serve anche l’avallo dei politici (e dei salotti) romani, dove conta relazioni di pregio (come il Circolo Aniene, regno dell’appena rieletto presidente Coni Giovanni Malagò) e sa su quali sponde contare. Ma l’aplomb e la definizione di “napoletano molto british intriso di romanità” non traggano in inganno, perché Luigi Gubitosi tira fuori le unghie, se necessario: nel 2013, da direttore generale in RAI, fece rumore la sua polemica col giornalista Giovanni Minoli. “Minoli ha un contratto molto oneroso per la RAI, per questo mi ha fatto martellare da chiunque, ogni politico che incontro mi dice che Minoli è andato a farsi raccomandare” rivelava a Panorama. Minoli ovviamente nega tutto, e Gubitosi non replica. Molto british. Anche nel tagliarsi lo stipendio: è lui che nel 2014 propone al CdA di applicare anche in RAI il tetto di 240 mila euro annui, sugli stipendi dei dirigenti delle aziende pubbliche, deciso dal governo Renzi. Da contratto, gliene toccavano 650 mila.