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whatsup 343 q“Le imprese turistiche non trovano 300mila stagionali per la prossima estate ha dichiarato il ministro Garavaglia, che ne attribuisce la colpa al reddito di cittadinanza. Vabbè, fosse quello il problema. Ne ho già scritto in tempi non sospetti: gli stagionali (bagnini, barman, camerieri, governanti ecc.) sono carne da cannone, ovvero in gran parte poveri cristi “usa” (in alta stagione) “e getta” (subito dopo). Oggi però intendo citare tre profili turistici un po’ più alti di lavapiatti e facchini, perché per compagnie aeree, tour operator e agenzie di viaggi sarà sempre più difficile trovare assistenti di volo, addetti al booking e banconisti. Per quattro semplici motivi:

1) Perché le professioni turistiche non hanno più il fascino di una volta

Quando ho iniziato il mestiere, tanti anni fa, occuparsi di viaggi era cosa buona e bella. Facevi un figurone, al bar con gli amici: in confronto col neo-avvocato in vista dell’esame di Stato, col neo-commercialista trattato come garzone di bottega, col laureato in lettere in trepida attesa del concorso di ruolo. Il solo fatto che si viaggiasse (“Beh sì, alle Canarie per una settimana, certo, a lavorare, non è che sia così divertente...” con tanto di sopracciglio alzato) era motivo di invidia. Ma lo era anche volare (steward e hostess di volo erano praticamente delle star), lavorare in villaggio come animatore (repetita iuvant, Fiorello ha iniziato lì) e pure fare il banconista in agenzia (“Certo, mi tocca imparare il catalogo VentaClub a memoria, i clienti non mi chiedono che quello!”). Prima della globalizzazione, di Google e delle low-cost, viaggiare era molto più complicato e chi veniva pagato per farlo era un privilegiato.

2) Perché si viene pagati poco e male, e si resta precari per anni

Il turismo paga poco da sempre, perché è un settore a bassi margini e modesta scolarizzazione. Ma guadagnare poco vent’anni fa, prima dell’iPhone e dei social, era un conto; ora è un altro. Basta leggere le rivendicazioni di piloti, assistenti di volo e personale Ryanair, Malta Air, Crewlink, Volotea ed easyJet, che l’8 giugno 2022 hanno scioperato per “il mancato adeguamento ai minimi salariali del CCNL, il mancato pagamento della malattia, il rifiuto delle compagnie di concedere giornate di congedo obbligatorio durante la stagione estiva”. Chi può dar loro torto? Poi si capisce perché un aeroporto come Amsterdam Schiphol sia in pieno caos da settimane. Idem per t.o. e agenzie, che vengono da 25 mesi da tregenda, e certo non possono permettersi contratti a tempo indeterminato e RAL adeguate al ruolo.

3) Perché chi ha perso il lavoro (lasciato a casa o in cassa integrazione per anni) se n’è trovato un altro, non nel turismo

Negli USA il fenomeno ha assunto valenza sociale col nome di “The Great Resignation” (Wikipedia: “Also known as the Big Quit and the Great Reshuffle, is an ongoing economic trend in which employees have voluntarily resigned from their jobs en masse, beginning in early 2021 in the USA and spreading to Europe through 2022”). Da noi nessuno lascia il posto fisso, quindi a rimanere a casa (non confermati i contratti a termine, o in CIGS per mesi e anni) sono stati i dipendenti di compagnie aeree e aeroporti, tour operator e DMC, immolati per sopravvivere alla crisi. Quando poi quegli stessi datori di lavoro li hanno ricercati, dopo, molti han risposto: “Ah, ora mi chiami?! Beh, ho un altro lavoro, non m’interessi più ne’ tu ne’ il turismo!”. Dove sono finiti? Facile: edilizia, trasporti, logistica, web. Noi non li rivedremo più.

4) Perché non c’è più la gavetta e sei non sei “chief” di qualcosa non sei figo

Ora dico qualcosa che farà incaxxxxe qualcuno (cit. Zaia by Crozza). Ai miei tempi, quando entravi in agenzia timbravi cataloghi, quando ti prendevano (fortunello) in un t.o. ti toccava rispondere al telefono o fare la Madonna Pellegrina in giro per agenzie della bassa padana. Un mese, un anno? Ma de che! Stagioni e stagioni, prima che da praticante, junior o comunque “colui che deve imparare il mestiere, quindi ora et labora, e tasi” potessi salire uno scalino e cominciare a fare carriera. Magari uno straccio di laurea ce l’avevi pure, ma contava fino a un certo punto. Oggi che la laurea ce l’hanno tutti, cito Giulio Benedetti, dottore commercialista in Milano, che denuncia: “Una certa fascia di ‘imprenditori’ costituiscono agenzie viaggi iscrivendosi alla sezione delle start-up innovative o Srl benefit: me ne sono già capitati diversi, in generale sono neo-laureati (a Milano o Roma, le facoltà sono sempre le stesse...) affascinati da queste nuove qualifiche. Vantaggi concreti non so, ma va di moda”. Ecco, va di moda, altro che praticante o primo impiego. Oggi mi si presentano candidati neanche trentenni (faccio l’head-hunter per quadri e dirigenti, chi segue questa rubrica lo sa) coi seguenti job title: CCO Chief Communication Officer, CIO Chief Innovation Officer, CVO Chief Visionary Officer, CDO Chief Digital Officer e via di chief in chief, ad libitum. A me, anziché intervistarli per una volgare posizione in azienda, vien voglia di chieder loro se possono mettere una buona parola per il sottoscritto, da Elon Musk o Mark Zuckerberg.

Ecco perché compagnie aeree, tour operator e agenzie dovrebbero tenersi buoni i dipendenti che hanno (e pagarli il giusto!), oggi più che mai. Domani non so, perché leggo che “grazie al Metaverso, in realtà immersiva sullo smartphone, sarà possibile visitare la Ciudad Perdida o Atlantide, l’Antica Roma o Marte”. E Firenze o Venezia, Parigi o Berlino? Seee, roba vecchia, un chief di qualcosa le schifa.