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CHI E' ROBERTO GENTILE

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L'EDITORIALE DI...

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T.O. DEL MESE

BOTTA & RISPOSTA

IPSE DIXIT

1917 2020qCinque mesi dall’avvio del confinamento e due mesi da quando abbiamo capito che la crisi del turismo è epocale. Visto che quella del 2022 sarà una bellissima estate, ci tocca fare i conti con la situazione attuale. Ecco, da qui al 2021, in rigoroso ordine cronologico, chi ripartirà prima, chi ripartirà dopo e chi - ahimè - non sarà più come prima. È una previsione basata su elementi concreti, ma non è l’oracolo, quindi poche storie.

1) il Mare Italia: è già partito, da un mese circa, per la stagione più breve della storia: otto settimane o poco più. Con meno camere, con meno voli sulla Sicilia, con meno traghetti sulla Sardegna e - quindi - con meno clienti. Italiani al 90%, come non accadeva da vent’anni. Ma - i villaggisti lo sanno - non si poteva tenere chiuso, a costo di perdere soldi: per il personale e per la distribuzione, forse, ancor più che per i clienti. “Ha da passa’ ‘a nuttata”.

2) le case vacanza al mare e in montagna: ripartite anche queste, dopo anni di appannamento, visto che quelle di proprietà (le vere “seconde case”) erano chiuse da decenni (il commercialista milanese schifava Barzio per volare a Ibiza, l’avvocato romano ignorava Anzio per veleggiare fino a Ponza col Benetau 16 metri) e che i trilocali in affitto - a Chiavari o a Cattolica - erano ormai appannaggio di chi non poteva permettersi almeno Corfù o Palma de Mallorca. Il business è ovviamente del tutto disintermediato ed Airbnb se ne sta approfittando.

3) le città d’arte (Venezia, Firenze, Roma): ripartite, ma in sordina, non solo perché non tutti gli hotel hanno riaperto, ma anche perché la maggior parte dei clienti sono italiani: non basta proporre una camera a 180 euro (anziché al quadruplo) per riempire il Danieli a Venezia, visto che gli americani non ci sono, e chissà quando torneranno. Da giocarsi la partita per l’autunno/inverno, con gli stranieri ancora timidi e gli italiani che a dicembre hanno freddo e non vanno per calli.

4) le settimane bianche e la montagna in generale: se nevicherà a dicembre, Alpi e Appennini andranno bene, tra Capodanno e Carnevale. Ci si va in auto, non si attraversa il confine, si dorme nelle seconde case o negli alberghi “a gestione familiare” (quelli che una volta ti mandavano gli auguri per il compleanno) e soprattutto sulle piste da sci non si formano (quasi) assembramenti. E poi l’inverno 2018/19 stava andando alla grande, ne manca un pezzo.

5) aerei e aeroporti: sono ripartiti? Alcuni sì, altri no. I numeri? Ridicoli, rispetto al 2018/19. Se una tratta riparte (mettiamo un Londra / Barcellona o un Roma/Atene), poi rimane? E chi lo sa?! Qui non si fanno previsioni, ma scongiuri, perché vige il “butterfly effect” (ovvero, se un’assistente di volo di una compagnia cinese risulta Covid-positiva, capace che Boeing crolli in Borsa tre giorni dopo).

6) lungo raggio e incoming: li metto insieme, perché gli USA - per fare l’esempio più pratico - sono generatori di turisti danarosi (vedi al punto 3), ma anche produttori di fatturato per tour operator italiani abituati a buoni margini. Siamo ormai a primavera 2021, difficile che qualcosa si muova prima. Ma, anche qui, tutto dipende da quello che succederà nei prossimi 6 mesi: oggi, chi prenoterebbe un volo per Rio de Janeiro, per il Carnevale 2021? O uno per Tokio, per le Olimpiadi di agosto? Giusto un brasiliano o un giapponese. Ma di quelli ottimisti.

7) le crociere: riprenderanno entro l’anno, ma per recuperare il gap patito di anni ce ne vorranno diversi. Sarà un percorso a ostacoli, segnato da “questo itinerario sì, questo no”; “questo porto oggi sì, domani forse no”. Le compagnie pagano anche il ricordo della Diamond Princess (messa in quarantena a febbraio 2020, finita sui giornali di tutto il mondo) e il percepito di essere mezzi affollati di default (non solo dai croceristi, anche dal personale di bordo). Comunque, abbiamo superato il comandante Schettino e il Giglio (era il gennaio di 8 anni fa), supereremo anche questa.

8) il turismo scolastico:entriamo nel novero del “mai più come prima”, purtroppo. Di scuole sanificate, banchi monoposto e classi a turni sentiremo parlare tutto l’inverno prossimo. E sarà un delirio, se le cose andranno storte (a Mazara del Vallo, magari, perché poi qualcuno vorrà chiudere anche ad Aosta). Chi si azzarderà a mettere 40 adolescenti su un pullman, a primavera, e portarli da Roma ad Assisi, o da Torino a Ravenna?! Ci vorrà un DPCM apposito.

9) il MICE: eventi e convegni, come li abbiamo visti e sperimentati, non torneranno più. Certo non nel 2021. 300 parrucchieri a Praga, portati dalla marca di shampoo, che fanno la prova piega a 300 giovani testoline ceche?! 400 odontotecnici che sperimentano impianti dentali di ultima generazione, blanditi da chi li produce (gl’impianti, non gli odontotecnici) e la sera vanno in discoteca a ranghi compatti? Impossibile. Non so proprio cosa succederà al comparto MICE, ma sarebbe meglio avesse un piano B.

10) Milano: se c’è una città (in Europa, non solo in Italia) che non tornerà più come prima, questa è Milano. E lo scrivo con la morte nel cuore, perché l’ho vista trasformarsi - dalla fine degli anni ’80 all’altro ieri - da città grigia e inquinata a metropoli modaiola e attraente, passare con baldanza dal cipputi (chi sa chi è il cipputi?) alla Ferragni. Quella Milano non c’è più, a causa dello smart-working, della fine del “nine to five” e del portato di mesi di distanziamento, mascherine e paranoia. Paranoia, soprattutto. Sarà dura, per chi ci abita e per chi ci lavora. Sperem, come si dice qui.