Per uno che salta (TUI Italia), tre che vanno da dio (Musement, WeRoad e Travel Appeal), perché il futuro sono gli Avengers di Endgame, non Charlot
Questo post intende rispondere a due domande: il modello di business del tour operating tradizionale, quello integrato orizzontalmente e verticalmente, attivo su tutta la filiera, è morto? La risposta è si. Chi l’ha ucciso? La rete ovviamente, ma anche nuovi player che - con la filiera tradizionale - c’entrano poco. Ne elenchiamo tre. Il primo, Musement, TUI se l’è comprato nel 2018 e la definizione sopra citata (“fornitore di escursioni digitali”) non rende pieno merito alla piattaforma on line di tour e attrazioni che Alessandro Petazzi e i tre soci milanesi hanno fondato nel 2013, prima alimentato con due cospicui round di investimenti e poi venduto a caro prezzo ai tedeschi. Ottimo esempio di come si possa soddisfare una domanda latente (le ormai stucchevoli “esperienze”, che nel 2013 non si chiamavano neanche così) e agganciare un mercato che vive su social e smartphone. Social e smartphone, ovvero il mercato giovane (Millennials e Gen Z) e iperconnesso che WeRoad conosce bene, essendo una “community di viaggiatori, che fa partire tutto l'anno in gruppi omogenei per età e mood di viaggio alla scoperta di Paesi e culture lontane, ai quali piace l’avventura, il divertimento e vivere la cultura del posto” come recita la home page del sito, che raccomanda - ça va sans dire - di andare “sul gruppo Facebook per conoscere i tuoi compagni di viaggio!”. Un po’ Avventure nel Mondo versione III° Millennio. WeRoad appartiene alla holding milanese OneDay Group, guidata dal ceo e founder Paolo De Nadai e famosa per ScuolaZoo Viaggi, l’operatore fondato nel 2007 (quindi non l’altro ieri...) e specializzato in viaggi ed eventi per studenti. Giovani e studenti che - ça va sans dire anche qui - in agenzia di viaggi probabilmente non ci hanno mai messo piede. E forse mai ce lo metteranno. Cito da ultimo Travel Appeal, leader italiano “nelle soluzioni di business intelligence e brand reputation management”, fondato a Firenze nel 2013 dal ceo Mirko Lalli. Mentre Musement e WeRoad vendono o producono prodotti turistici, Travel Appeal vende conoscenza, perché intende “aiutare il settore travel a districarsi tra tutte le informazioni disponibili in rete e rispondere alla nuova domanda e alle nuove esigenze del mercato”. In pratica, analizza i dati delle destinazioni e delle singole attività che ne fanno parte (hotel, b&b, ristoranti, musei, trasporti ecc.), comprese recensioni e conversazioni, allo scopo di misurare il “travel appeal” della singola struttura o dell’intera destinazione. Cos’hanno in comune Musement, WeRoad e Travel Appeal? Tre cose: sono frutto di intuizioni di imprenditori che non sono nati agenti di viaggi o tour operator; considerano conoscenza e tecnologia come elementi fondanti del proprio business; metà dei loro dipendenti sono informatici o tecnici, l’altra metà ha meno di 35 anni. Tutto questo poteva essere fatto, più o meno, da un tour operator o da un’agenzia “tradizionali”? No, ovviamente. E TUI, almeno per uno dei tre, l’ha capito.
Perché saltano i CEO delle imprese turistiche, anche in coppia, e se è vero che prima amministratori delegati e direttori generali saltavano di meno
Lo statunitense Barry Diller, proprietario di Expedia Group con IAC InterActiveCorp, è uno che prende decisioni rapide. Due anni dopo averlo insediato al posto di Dara Khorosrowshahi, ha fatto fuori il CEO Mark Okerstorm e, già che c’era, anche il CFO Alan Pickerill (sarebbe il direttore amministrativo, ma Chief Financial Officer fa più figo). Forse stanco di pagarlo una montagna di soldi (nel 2017 Okerstrom portava a casa 30,7 milioni di dollari, soprattutto in stock options), Diller ha dato fuori di matto quando si è accorto che l’utile netto di Expedia Group del terzo trimestre 2019 era in calo del 22%, circa 410 milioni di dollari in meno. Non lo ha consolato il fatto che, nel medesimo periodo, Expedia abbia generato un giro d’affari di 26,7 miliardi di dollari, in aumento del 9% rispetto all’anno precedente: come noto, ai tycoon (in italiano, quelli molto ricchi) dà più fastidio perdere soldi, che guadagnarne (un po’) meno. L’iberico Simón Pedro Barceló non è da meno: appena dopo l’annuncio della fusione della divisione Ávoris del Gruppo Barcelò con quella corrispondente di Globalia (nasce un colosso da 3,7 miliardi di euro di fatturato annuale, 35 marchi in portafoglio, 6.000 dipendenti e 1.500 agenzie di viaggi) il ceo di Ávoris Gabriel Subías ha rassegnato le dimissioni. Una settimana dopo se n’è andato anche il fratello: Alejandro Subías, direttore generale di Ávoris, colui che aveva “guidato l’espansione nazionale e internazionale di Ávoris, moltiplicando per sei volte le sue dimensioni iniziali”. Da noi, pochi conoscevano los hermanos Subìas, ma c’erano proprio loro due, dietro la fallimentare operazione Barcelò / Eden del 2018. Tre semplici riflessioni: primo, perché CEO così potenti (e costosi) saltano negli Usa o in Spagna, e non da noi? Perché, come scrivevo due anni fa, a comandare in un tour operator nostrano sono quasi sempre gli imprenditori (spesso anche fondatori), non i manager. Con la sola eccezione di Alpitour, in Quality Group e Gattinoni, in Veratour e Uvet il potere è in mano a Michele Serra e Franco Gattinoni, a Carlo Pompili e Luca Patanè. Tutti circondati da ottimi manager, ovviamente, ma tutti un passo indietro. Perché un CEO come Okerstrom viene cacciato al primo quarter (trimestre, in italiano, ma quarter fa più finanziario) negativo? Perché un CEO come Gabriel Subías, che avrebbe dovuto guidare la new-co generata dalla fusione tra Ávoris e Globalia, se ne va senza spiegazioni? Al netto di retroscena (ignoti, che ovviamente ci saranno) resta un fatto: chi ci mette i soldi, decide. Diller e Barcelò sono al comando di due imprese colossali, rispondono ad azionisti esigenti (nel caso Barcelò, di famiglia, il che è anche peggio) e - quando le cose non vanno come dovrebbero - cacciare l’allenatore è il rimedio immediato e il minore dei mali. Dopotutto, se il Manchester United esonerò lo Special One (così autonominatosi Josè Mourinho), perché dovrebbe andare meglio a Okerstrom o a Subías? Infine, i CEO saltano più facilmente adesso di qualche anno fa? Certo che sì, perché la finanziarizzazione dell’economia comporta che - sempre più spesso - a decidere il destino di aziende (e dei suoi manager) sia l’andamento di Borsa: di un anno o di due? Macché, roba vecchia, in tempi di turbo-capitalismo un trimestre o due in rosso sono più che sufficienti. Perché perdere soldi dà fastidio, in tutte le lingue.
Può accadere un caso Thomas Cook in Italia? Assolutamente no
Giuseppe Pagliara dà la pagella al turismo italiano
8 1/2 alla mia città natale, Ostuni: non solo perché Ostuni è situata in una posizione fantastica, in una delle zone più belle della Puglia, ma anche perché è qui che, nel 1964, fu aperto il primo villaggio Valtur: oltre mezzo secolo dopo, possiamo dire che Valtur è tornata a casa 8 al Robinson Club Apulia, il villaggio che mi piacerebbe avere: immerso in un parco naturale, con un punto mare incredibile, dalle giuste dimensioni (400 camere) quindi né troppo grande né troppo piccolo, famoso da sempre sul mercato tedesco, ideale per famiglie; un villaggio unico, che rende onore alla regione che lo ospita 9 a Medtravel di Genova, la mia agenzia di viaggi preferita: agenzia storica di Genova, fondata da Erio Fenzi nel 1982, molti anni prima che nascesse Nicolaus; da qualche anno ha scelto Raro come partner di fiducia per clienti importanti e pratiche di valore: imprenditori, manager e anche calciatori sono diventati clienti Raro; un’agenzia genovese che vende (bene) un giovane tour operator pugliese, non era scontato che accadesse… 8 1/2 a Alidays, Quality Group e Guiness Travel, i miei tour operator italiani preferiti: Alidays è imbattibile sul piano tecnologico; Quality Group è un esempio per tutti, nella cura maniacale dei particolari e nella grandissima attenzione al cliente; la Guiness di Campobasso dimostra come si possa diventare operatori di riferimento anche partendo da una piccola città (come noi da Ostuni). 8 alla stagione 2019 di Valtur, e 8 pure a quella di Nicolaus: 8 di incoraggiamento a Valtur, perché il 2019 è andato bene, ma nel 2020 dobbiamo fare meglio, andare oltre; 8 di ringraziamento a Nicolaus, e al suo team in particolare, per la pazienza che ha riservato al nuovo compagno di viaggio, che tanta ne ha richiesta... 8 1/2 a Enzo Carella e a Sergio Testi, i manager che vorrei in squadra: Enzo è un amico da anni, ci ha dato una mano in passato, mi piacerebbe avesse più tempo per noi; con Sergio non ho mai lavorato, lo rispetto come professionista serio e affidabile, in grado di cambiare i destini di un’azienda: sono certo che farebbe bene anche in Nicolaus (e gli piacerebbe il nostro clima) 7 a Zoom, il nuovo contratto Alpitour: per il coraggio che il gruppo torinese ha avuto nell’applicare un contratto che sapeva non sarebbe stato facile da accettare; non è mia abitudine esprimere giudizi sulle policy commerciali degli altri t.o. e ammetto che di Zoom non condivido completamente l’impostazione, ma sono consapevole del fatto che, quando c’è un preciso progetto strategico-finanziario, gli obiettivi - e i mezzi per raggiungerli - possono essere diversi 10 a mio fratello Roberto: non perché è mio fratello e gli voglio bene, ma perché ha doti manageriali essenziali al progetto Nicolaus; il 10, però, se lo merita perché mi sopporta, mi dà equilibrio e - soprattutto - bilancia la mia irruenza!
Parla Giovanni Tamburi, azionista di maggioranza di Alpitour: era ora!
Ce ne rallegriamo, era ora! Perché Giovanni Tamburi di turismo non ha mai parlato, e di Alpitour raramente. C’è una sola foto che lo ritrae accanto a Gabriele Burgio e risale a marzo 2017, ovvero all’ingresso di T.I.P. nell’azionariato Alpitour. Due anni dopo, invece, Tamburi parla di Alpitour e molto altro: di Eden Viaggi, dell’acquisto di un quarto Boeing 787 Dreamliner e di un motore di riserva (per Neos, che non viene citata), dell’accordo per la gestione di un hotel 5 stelle a Venezia e dei contratti per il Tanka Village e per il Colonna Beach (in capo a VOIhotels, non citata neanche quella). Tre riflessioni: primo, è positivo che l’azionista di maggioranza di Alpitour parli bene del proprio management e creda al business turistico. Un finanziere che l’ha preceduto di un anno ed è uscito con le ossa rotte, il management se l’era portato da casa e i conti li ha sbagliati fin dall’inizio. Secondo, il centro di tutto è Alpitour, non altre società o brand. Oltre a non citare né Neos né VOIhotels, Tamburi non fa alcun accenno alla distribuzione di Welcome Travel e Geo. Strano, perché nella medesima lettera (pagina 4) Tamburi dichiara una passione per il negozio su strada, come ormai raramente si sente: “In un trend globale ormai chiaro verso e-commerce, trading on-line e multicanalità potrebbe apparire un errore. Noi pensiamo che non lo sia, perché la fisicità, l’esperienza diretta, anche sensoriale, non dovrebbe essere sostituita da un click di un pc o su uno smartphone; la recente dichiarazione di Amazon di voler aumentare in modo sensibile il numero dei negozi ‘fisici’, ma anche gli ultimi dati di gruppi come Walmart ci confortano molto, anche se siamo consci di andare un po’ controcorrente”. Controcorrente al punto da investire in società che controllano “un numero di punti vendita molto rilevante”: Amplifon, OVS, Hugo Boss, Furla, Roche Bobois, Moncler e Eataly. Welcome e Geo di agenzie ne mettono assieme 2.700, non poche. Perché non citarle? “Perché sia dell’una che dell’altra Alpitour controlla solo una quota (il 50% di Welcome e il 45% di Geo, per la precisione)” mi viene fatto notare. Non vale, replico, perché di Moncler SpA, ad esempio, T.I.P. controlla molto meno. “Perché Welcome e Geo non hanno negozi di proprietà, quindi le agenzie fanno quello gli pare!”. Vero, controbatto, ma allora vale anche per “i quasi 500 negozi Furla” citati da Tamburi, dei quali solo una sessantina sono di proprietà (basta controllare il sito di Furla) e tra gli altri ci sono moltissimi “department stores e wholesale”, ovvero punti vendita che con Furla hanno lo stesso rapporto lasco e provvisorio che Alpitour ha, mettiamo, con la Manuzzi Viaggi di Cesena, agenzia affiliata Welcome. Vabbè, i manager Adriano Apicella, Luca Caraffini e Dante Colitta dovranno farsene una ragione. Terzo, e ultimo: le 15 pagine sono redatte in toni insolitamente immediati e informali, per essere materia finanziaria. A proposito di Roche Bobois, il titolo in Borsa è sceso anche perché a Parigi “i sabati sono stati rovinati dalle manifestazioni dei jilet jaunes”. Caspita, sarà d’accordo anche Macron. Ma la chiusa è spettacolare: “Abbiamo un motto che ci caratterizza da sempre: ‘Con la reputazione che la finanza si è guadagnata negli ultimi anni dovremmo solo vergognarci, tutti; ma se riesci a convogliare capitali sani, frutto di imprese di successo e risparmi familiari desiderosi di un impiego intelligente verso società che vogliono crescere, svilupparsi, generare valore aggiunto, fai uno dei mestieri più utili al mondo”. Un finanziere che fa autocritica?! Monsieur Tamburi? Chapeau!
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Quando si usava l'italiano, chi guidava un'azienda si chiamava direttore generale, punto. Ora che non si può fare a meno dell'inglese, chi comanda é il managing director, e se comanda ancora di più si chiama CEO Chief Executive Officer. A prescindere dal titolo, possono saltare entrambi, e più di prima. A coppie, addirittura. Due esempi eclatanti e recenti, Expedia e Barcelò. 



