CHI E' ROBERTO GENTILE

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L'EDITORIALE DI ROBERTO GENTILE

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T.O. DEL MESE

BOTTA & RISPOSTA

IPSE DIXIT

whatsup328 qCome head-hunter, sono un lettore seriale di CV e un cultore dei colloqui di selezione. Dei curriculum ho già scritto, dei secondi mi occupo da più trent’anni, e non ho ancora finito di stupirmi, per quello che può succedere. Di tutto, perché mi è capitato di accogliere una candidata che s’era portata il cane, non avendo a chi lasciarlo, o un candidato ultra-ventenne con la mamma, che ho fatto fatica a convincere a star fuori (la mamma, non il candidato). Qui però parliamo di colloqui di selezione per quadri o dirigenti, e per posizioni di responsabilità, quindi il livello è medio-alto. Ecco cosa evitare, se non vuoi farti cacciare dopo dieci minuti.

Quelli che arrivano in ritardo, oppure in anticipo - Pessimo inizio per tutti e due: quelli in ritardo, perché la scusa del traffico è insulsa. Ma anche quelli in anticipo, peggio se di 15 o 20 minuti, perché magari sto incontrando  il candidato precedente, o ne sto redigendo il giudizio, oppure mi sto semplicemente bevendo un caffè, dopo ore di colloqui. Arrivi tu, fai capolino come per dire “Voilà, sono già qui, è contento?” tutto sorridente; mi distrai e mi tocca dirti: “Si metta lì, La chiamo io”. Ai colloqui si arriva puntuali, non un minuto prima e non un minuto dopo: fa fede l’ora sullo smartphone, ormai nessuno usa più l’orologio.

Quelli che si vestono come capita, perché così si capisce la personalità - Se io vesto formale, è bene che il candidato (uso il maschile, ma vale per entrambi i sessi) vesta formale. Se io vesto formale, è perché l’azienda per la quale cerco un manager è formale, quindi se anche il candidato veste formale significa che ha capito (almeno) due cose: che l’azienda è seria e pure la selezione lo è. Ovvio che se cercassi una trapezista per il Cirque du Soleil e la candidata si presentasse in tubino nero, ci sarebbe qualcosa di sbagliato. Ma per posizioni di quadri e dirigenti, tailleur scuro e tacco 8 per le ragazze e giacca blu, camicia bianca e cravatta slim per i ragazzi, vanno sempre bene. Sarò âgée, ma non apprezzo la giacca con camicia senza cravatta, che pure ora va tanto. Meglio, comunque, di quel candidato che si è presentato in maglioncino blu: “Sa, io vesto casual, spero apprezzi la mia spontaneità”. La apprezzo al punto che, la prossima volta, il colloquio lo facciamo in un lounge bar, all’ora dell’aperitivo, così siamo in linea.

Quelli che provano a raccontare balle, e io li sgamo - Raccontare balle (o anche solo spararle troppo grosse) sul CV, è facile. Tenere il punto, quando davanti hai qualcuno che di colloqui ne ha fatti qualche centinaio più di qualsiasi candidato, è difficile. In colloquio si dice la verità tutta la verità, solo la verità, nient’altro che la verità, per due motivi: primo, perché se non è proprio inventata bene, qualsiasi selezionatore di esperienza se ne accorge; basta un’esitazione, uno sguardo sfuggente, una pausa... Durante il colloquio, io ho in mano CV e cover letter (con tutti i miei begli appunti ed evidenziazioni), il candidato no, e sapere a memoria un CV di tre o quattro pagine - verità e non-verità incluse - è difficile. Secondo, se l’hai fatta franca al colloquio, è probabile che ti becchi quando sto ricontrollando tutto per inserirti in short-list: basta una data sospetta e un controllo incrociato con LinkedIn, con FB o anche con Google News. Infine, chi racconta balle al sottoscritto rischia di brutto, perché - occupandomi solo di turismo - conosco praticamente tutti: se mi hai detto che con l’azienda xy ti sei lasciato bene, io chiamo il titolare di quell’azienda lì e scopro che hai scatenato l’inferno e messo in mezzo gli avvocati. Fine.

Quelli che non hanno studiato, e si capisce subito - Arrivare a un colloquio senza aver letto vita, morte e miracoli dell’azienda per la quale ci si candida è un errore grave. Molto grave. Perché induci chi ti esamina a trarre una conclusione definitiva: “Ah sì?! Questo lavoro t’interessa talmente tanto che non ti sei preso mezz’ora - sottratta alla Playstation o a scrollare Instagram - per sapere se l’azienda è stata fondata nel 2010 o nel 1990, e neanche se la proprietà è italiana o americana? Peggio per te”. I candidati che mi piacciono non solo si sono letti tutto, ma hanno anche approfondito: “Ho trovato una recensione negativa sul vostro luxury hotel di Parigi, quello aperto nel 2018: il GM però ha risposto alla grande, si capisce che la recensione era un fake”. Ecco, se c’è un modo per impressionare il reclutatore è stupirlo, dirgli qualcosa che non sa. Altro che arrampicarsi sugli specchi: “Avete anche una filiale in Libia, ho letto...”. Certo, ai tempi di Gheddafi.

Quelli che non hanno fatto il compito a casa - Quando seleziono la short-list da presentare al committente (solo tre o quattro candidati, tra i quali verrà scelto quello giusto; lista frutto di una decina di colloqui in presenza, di qualche decina di candidature ricevute e di molte giornate di lavoro) sto molto attento ad allegare CV corretto - da me - e cover letter esplicativa (appunto li voglio in formato .doc, come scrivevo. Ma da qualche tempo - quando il ruolo lo permette - aggiungo un “compito a casa”, ovvero un tema che assegno ai candidati migliori e che aggiunge elementi di valutazione per l’azienda. Per esempio, se cerco il General Manager di una catena alberghiera, gli chiedo: “Esponga il candidato le prime tre azioni (solo tre) che metterebbe in atto, una volta insediatosi come GM, per migliorare le performance degli hotel in termini di soddisfazione degli ospiti, riempimento delle camere e degli spazi eventi, ottimizzazione dell’attività dei resident manager e miglioramento delle relazioni con la proprietà”. Chiaramente dò un limite (una cartella, massimo 2500 battute) e aspetto. Due volte su tre, il candidato che ha fatto il miglior “compito a casa” è quello che vince la selezione, anche non avendo il Cv migliore. Chi il compito a casa non lo fa, a casa ci torna. E se non ha studiato, ha messo il maglioncino, ha contato balle ed è pure arrivato in ritardo, a casa ci torna di corsa.

 

whatsup327 qFaccio (anche) l’head-hunter, quindi mi occupo di selezionare manager e dirigenti per conto di medio-grandi imprese turistiche. Solo nel turismo, e per fortuna che da qualche tempo le nostre aziende hanno ripreso ad assumere. Ora sono a caccia di un Direttore Operativo per una catena alberghiera con base a Bologna: ruolo di rilievo, posizione dirigenziale, stipendio e benefit cospicui. Non capita spesso di selezionare profili così alti, quindi mi sono detto: “Bene, riceverò candidature tecnicamente perfette, sarà una passeggiata”. Non è stato così. Eppure l’annuncio pubblicato lo spiegava chiaramente: “I candidati sono pregati di inviare CV in italiano e formato .doc, lettera motivazionale e foto recente all’indirizzo xy”. Invece no. E col “tu” mi rivolgo a coloro che si sono candidati.

Quelli che mandano il primo CV che hanno a disposizione - Perdo un sacco di tempo a redigere la job description, due pagine che dicono tutto o quasi (retribuzione esclusa, in Italia non si usa): contesto aziendale, mansioni, KPI Key Performance Indicators, conoscenze e competenze professionali richieste, termini contrattuali. Allora perché devo ricevere un CV dal telefonino? Soprattutto se chi me lo manda si è dimenticato, sotto la firma, l’annotazione “Inviato da iPhone”. Ti candidi per un ruolo di rilievo, del tuo CV leggerò ogni singola riga e peserò ogni minimo dettaglio, e tu non hai tempo/voglia di andare al PC e mandarmi un’email scritta bene? Mi vien da pensare che questo posto di lavoro ti interessi quanto un like su Facebook, ma magari mi sbaglio.

Quelli che il CV non è aggiornato e/o personalizzato - Se c’è un documento soggetto a continui aggiornamenti, questo è il CV: se occupi posizioni manageriali e hai più di 35 anni, avrai cambiato più aziende e io devo trovarne traccia dettagliata. Perché allora non so cosa hai fatto negli ultimi dodici mesi? Sul CV leggo che hai lavorato da XY fino a ottobre 2020, e poi? Vacanza, periodo sabbatico, cambio di settore? Inoltre, se i lavori sono diversi, anche il CV dev’essere diverso, quindi personalizzato. Se ti candidi per una posizione sales, voglio leggere in grassetto e corpo 14 tutte le esperienze commerciali, meglio se con qualche numero. Se ti candidi come GM, voglio leggere in grassetto e corpo 14 dove hai lavorato come GM, con quali responsabilità e con quali risultati. Meglio se con qualche numero. I numeri piacciono a tutti, head-hunter e clienti.

Quelli che il CV dice una cosa e il profilo su LinkedIn un’altra - L’unico social utile, per chi fa il mio mestiere, è LinkedIn: punto. Il profilo su LinkedIn dev’essere lo specchio digitale del CV: ovvero, deve contenere tutto il percorso professionale, ma arricchito della parte multimediale. Allora perché ricevo CV di 4 pagine e il profilo su LinkedIn è di poche righe striminzite? Perché spesso non ci trovo neanche una foto? Perché non c’è un articolo, una presentazione in Power Point, un’intervista che hai fatto a una radio, il video di una presentazione aziendale? Tutte cose che fai con un telefonino, ma che non hai tempo/voglia di mettere su LinkedIn.

Quelli che sul CV non scrivono né la data di nascita né dove risiedono - Questa è una novità: quando mi occupavo di selezionare il personale (in Alpitour e in Viaggi del Ventaglio, tanti anni fa) tutti i candidati scrivevano quanti anni avevano e dove abitavano (anche per far sapere se spedirli ai Caraibi da Catania o da Verona...). Adesso no, ricevo CV impestati di informazioni inutili (il liceo dove hai conseguito il diploma, la patente C presa al servizio militare, i tuoi hobby - calcio, pesca e collezionismo vintage) ma non luogo e data di nascita. E neanche dove abiti. Lo so io perché. Perché succede che i profili ricercati abbiano un limite di età (le aziende turistiche assumono malvolentieri gli over 50, se non sono dei geni) e preferiscano prendere qualcuno che non abita troppo lontano (se l’impresa è di Roma, difficile assuma uno di Trento). Chi non scrive età o residenza, nel 90% dei casi, spera di sfangarla: “Intanto mando il CV, poi magari se mi prendono glielo dico...”. E io lo sgamo (si può dire sgamo?) in un attimo, perché faccio i conti con l’anno nel quale ti sei diplomato (e se non me lo scrivi sul CV, lo trovo su LinkedIn) e poi vado su Facebook e mi faccio un giro nella tua collezione di foto: scommetti che ci prendo?

Quelli che mandano il CV in inglese e in .pdf, quando io lo voglio in italiano e in formato .doc editabile - Perché il CV lo voglio in italiano? Perché il lavoro è in Italia, per un’azienda italiana e perché il 90% del tuo tempo lo passerai parlando e scrivendo in italiano. Perché mi mandi il CV in inglese? Per dimostrare che sai la lingua? No, perché quello ce l’hai bello pronto (se lavori in un’azienda straniera, è d’obbligo) e ti fa fatica tradurlo, anzi, riscriverlo, in italiano. Secondo, perché lo voglio in formato .doc editabile e non .pdf? Perché ci devo lavorare sopra e migliorarlo. Perché magari hai usato una foto vecchia di anni, perché prima mi hai scritto i tuoi studi e poi il percorso professionale, perché non hai usato l’ordine cronologico inverso (errore gravissimo, ho bocciato candidati solo per questo!). Il tuo CV - dopo il mio trattamento - migliora, quindi fidati.

Quelli che non mi mandano la lettera motivazionale o “cover letter” - Una buona candidatura, per ruoli da quadro in su, è composta da due elementi: il CV e una lettera di accompagnamento; questa è fondamentale, perché se il CV illustra chi sei, la lettera spiega perché ti ritieni adatto alla posizione per la quale ti candidi. Devi leggere bene l’annuncio, ancor meglio la job description e quindi scrivere: “Io so fare questo e so fare quest’altro, se mi assumeste potrei aiutarvi a fare questo e pure quest’altro”. Ho fatto assumere dirigenti sulla base della cover letter, e non del CV. E c’è ancora chi mi scrive “In riferimento alla Vs ricerca, invio in allegato il mio CV” e basta. Cercassi un maître - con tutto rispetto per i maître - magari mi accontenterei pure. Ma un manager o un dirigente, no. Una buona lettera d’accompagnamento è come la sinossi di un bel film: la leggi con piacere e ti fa venir voglia di vederlo.

Quelli che al colloquio di selezione non vengono perché il treno costa troppo - 150 euro, da Roma a Milano e ritorno, su Italo o Frecciarossa. “Non me lo posso permettere, ho troppe spese, non è che il colloquio può farmelo su Zoom?” Incredibile, vero? Eppure mi è appena successo. A parte che io non sono una start-up lituana e i colloqui - viste le posizioni che cerco - li faccio solo in presenza; a parte il fatto che Zoom e tutte le piattaforme - dopo l’indigestione pandemica - mi fanno schifo. A parte questo, dicevo, forse avrei dovuto indicare al candidato risparmioso che - se alla fine fosse stato assunto - 150 euro li avrebbe guadagnati in due ore di lavoro? Vabbè, me ne sono dimenticato.

Mi fermo qui, la prossima puntata è dedicata ai colloqui di selezione.

 

whatsup 322 qRiprendo un’abitudine che data dal 2018 e riporto i risultati del mio “test Tripadvisor” sui villaggi Mare Italia, come ho fatto nella tribolatissima estate 2020 e nella precedente pre-pandemica estate 2019.

Esame ancora una volta superato a pieni voti, per i 6 resort presi in considerazione: in Sardegna l’iGV Club Santagiusta di Castiadas, il Valtur Tirreno Resort di Orosei e l’Is Serenas Badesi di Bluserena; in Sicilia il Club Torre del Barone di OTA Viaggi, a Sciacca; in Calabria il Veraclub Scoglio della Galea a Capo Vaticano e il Villaggio Baia degli Achei di TH Resorts, a Sibari. Tre villaggi ottengono 4 pallini su 5 (“Molto buono” secondo il criterio Tripadvisor) e tre 4,5 su 5 (“Eccellente”), ma se si considerano solo le 60 recensioni più recenti (10 per ognuno dei 6 villaggi, tutte riferite al mese di agosto) il risultato è spettacolare: 42 su 60 (il 70%) sono 5 pallini, quindi il massimo. Con una citazione per il Valtur Tirreno Resort: 9 delle ultime 10 recensioni gli attribuiscono 5 pallini.

Non entro nel merito dei singoli giudizi, talvolta schizofrenici: la stessa sistemazione, nello stesso villaggio, nella stessa settimana può ricevere 5 pallini (“La camera beach? Uno spettacolo!”) oppure 3 (“La persona dedicata alla pulizia della nostra stanza non è stata minimamente formata”). Ecco, quindi, tre riflessioni “trasversali”:

1) nella memoria del cliente rimane solo il nome del villaggio: se mai hanno avuto in mente il nome dell’agenzia presso la quale hanno comprato il soggiorno o quello del tour operator sul cui catalogo l’hanno scelta, appena inizia la vacanza se ne dimenticano; in nessuna (nessuna) delle 60 recensioni è citato il nome dell’agenzia, mentre il t.o. di riferimento è citato solo una volta, non di più, ogni 10 recensioni; nulla di strano per villaggi di nuova apertura o per quelli entrati quest’anno nel catalogo di un nuovo t.o., ma che nemmeno il Santagiusta (iGV Club da sempre) sia associato ai Grandi Viaggi, suona un po’ strano... altra stranezza, in due resort su sei a rispondere ai giudizi su Tripadvisor (ripeto, sempre positivi) non è il tour operator, ma il gestore alberghiero (che anzi, quando può, promuove pure la propria catena alberghiera, non il t.o. che commercializza quel villaggio)

2) il successo della vacanza è merito solo di animazione e cucina: premesso che parliamo di strutture ben gestite, spesso sul mercato da decenni e frequentate da frotte di repeaters (quindi con la parte alberghiera ben presidiata) colpisce come il fulcro intorno al quale ruotano tutte le recensioni sia la somma di animazione + cucina: se il mini club funziona, se gli spettacoli sono gradevoli, se il maestro di tennis è simpatico e - soprattutto - se si mangia bene e abbondante a colazione, pranzo e cena, allora i 5 pallini sono garantiti; mangiare e divertirsi è il mantra del villaggio, il resto (le escursioni, le iniziative estemporanee, le attività extra ecc.) pare contino poco o nulla

3) “siamo venuti in vacanza per non pensare al virus”: ripeto pari pari quello che riscontravo l’estate scorsa, ovvero che il tema “mascherina, distanziamento, igiene” è del tutto indifferente alla maggioranza dei vacanzieri; una sola recensione su 60 (una!) tratta il tema in dettaglio: “Abbiamo constatato che le regole in tema covid non vengono normalmente applicate: all'arrivo e durante il soggiorno solo a mio marito è stato richiesto il green pass; vi è mancanza di opportuni distanziamenti in fase di spostamenti con navette e trenini;  in spiaggia i pochi ombrelloni erano decisamente troppo vicini”. Mi dicono che in qualche villaggio capitava di scontrarsi tra negazionisti “clienti che giravano senza mascherina ovunque, nonostante avvisi e cartelli” e clienti che avevano il terrore di uscire dalla camera, ma su Tripadvisor non ce n’è traccia. Si va in vacanza, anche in questa schizofrenica estate 2021, per dimenticare tutto, virus in primis, e “mascherina, distanziamento, igiene” sono un obbligo, subìto ma non apprezzato.

 

whatsup324 qDelle conseguenze della pandemia sulle agenzie di viaggi, a proposito di t.o. lungo raggio, network agenziali e associazioni di categoria ho già scritto. Oggi mi occupo di altri tre player della filiera coi quali gli agenti dovranno ritessere i fili e i rapporti: compagnie aeree, aeroporti e treni alta velocità.

 

Compagnie aeree: legacy e low cost pari son, basta vendere entrambi

Storniamo il campo da un concetto ormai obsoleto: le compagnie low-cost NON sono nemiche delle agenzie di viaggi, nonostante la vulgata (vedi le recenti uscite del CEO Wizz Air). Svanito il sogno di volare low-cost tra Europa e USA (i default Norwegian e Air Italy insegnano) Ryanair e Wizz Air (easyJet e Vueling seguono, un po’ arrancando) dominano il corto raggio in Europa, almeno in Italia. Le agenzie di viaggi hanno bisogno di vendere queste compagnie, che - nonostante i proclami di O’Leary e Varadi - han bisogno del trade per vendere ai gruppi, fuori stagione o comunque a quella fascia di clientela che su internet ci va ancora poco (esiste, esiste, soprattutto al sud). Le legacy con le agenzie ci han sempre lavorato, nonostante il progressivo azzeramento delle commissioni, per due motivi: perché il canale diretto (cioè il sito della compagnia) non sempre è agevole da gestire; perché le agenzie costano (molto) meno dei GDS e poi sottraggono traffico alle OLTA che combinano voli + hotel, maturando ricche e facili provvigioni. Cosa dovrebbero fare le agenzie, quando si volerà dappertutto? Vendere sia le low cost, facendo cassa e con quella pagandoci le spese di gestione del p.v. Vendere le legacy, sfruttando la ripresa, e con questo recuperando la vera redditività. Bisogna, ne consegue, saper fare entrambe le cose.

 

Aeroporti: è il lungo raggio che conta, poi torna tutto come prima

Come il Mare Italia non salva i tour operator, così i voli domestici non salvano gli aeroporti, soprattutto quelli grandi. Perché i piccoli, che una volta si chiamavano “regionali”, sul traffico domestico ci campano: lo testimoniamo i grandi numeri che Catania e Palermo, Bologna e Bergamo hanno fatto nell’estate 2021. Ma un Milano Catania o un Roma Verona servono a poco, a SEA o AdR: a loro, per recuperare il traffico del 2019, serve il lungo raggio, non c’è verso. Quando New York, Bangkok o Pechino saranno di nuovo raggiungibili, tutto tornerà (quasi) come prima. Quasi, perché agli aeroporti servono due cose, che le agenzie possono contribuire a generare: restituire fiducia al viaggiatore, che - come nota la presidente Fiavet Ivana Jelinic - è reduce da due anni di mascherine, distanziamento, tamponi, vaccini. Entrare in aeroporto è tuttora un percorso di guerra, con cartelli minacciosi e annunci ossessivi che ti seguono in ogni angolo. E poi tornare a vivere l’aeroporto come luogo di intrattenimento, dove mangiare e fare shopping siano un’esperienza che arricchisce quella del volo vero e proprio. Ci vorrà tempo, ma ci arriveremo.

 

Treni alta velocità: meno posti, prezzi più alti, comunque insostituibili

Ricerca mirata: un posto sul Frecciarossa da Roma a Milano, domenica 3 ottobre 2021, costa oltre 100 euro; su Italo, un paio di euro in meno. D’accordo, mancano tre giorni, comanda lo yeld. Ma se vado sul sito Alitalia (c’è ancora!), l’unico volo ancora disponibile costa 300 (!) euro. Allora proviamo i pullman low cost, con la new entry Itabus testata dal sottoscritto solo poche settimane fa: anche con FlixBus, meno di 50 euro, la metà dell’alta velocità, ma tripla lentezza (nove ore anziché tre). Sull’AV Milano Roma non ci sono più le tariffe economiche, i treni sono (molti) meno di prima e nulla fa pensare, al momento, che le tariffe scenderanno. Per muoversi velocemente tra nord e sud, ormai, il treno è indispensabile, perché AZ/ITA è un punto interrogativo e l’auto non sempre è un’opzione. Qual è l’impatto sulle agenzie di viaggi? Il più evidente, che l’abitudine a comprare on line è ormai invalsa e molti degli ostacoli pre-pandemia (a cominciare dall’uso della carta di credito) sono superati; sempre più viaggiatori compreranno Frecciarossa o Italo sullo smartphone, sempre meno entreranno in agenzia. Per continuare a vendere treni, le agenzie dovranno spuntare condizioni di favore dai carrier, magari garantendo gruppi, o clientela meno adusa alla tecnologia, o semplicemente deviando sui binari clienti che prima viaggiavano in aereo o in auto. Business e leisure, quindi, in un mix comunque difficile da garantire, soprattutto per le agenzie non strutturate. Sempre che il Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane (le vecchie FF.SS.) e l’ormai americana Italo SpA vogliano davvero investirci, sul canale agenzie di viaggi.

 

whatsup 320 qEsattamente cinque anni fa provai FlixBus, che si era appena mangiata l’unico concorrente europeo Megabus, quindi ho pensato di testare il nuovo concorrente italiano, ovvero Itabus, la società di trasporti che vede tra i suoi azionisti Flavio Cattaneo e Luca Cordero di Montezemolo, rispettivamente vice presidente esecutivo e presidente di Italo SpA ex NTV (oltre che “reinvesting shareholders” della società ceduta nel 2018 al fondo americano Gip Global Infrastructures Partners). Itabus ha avviato l’attività a fine maggio 2021 e ha ambiziosi programmi di espansione. Ecco il mio reportage. Milano-Roma, prenotazione rigorosamente on line, € 27,90 per il posto “Comfort+” (sarebbe la tariffa standard), un afoso lunedì di luglio 2021, un solo bagaglio e wi-fi incluso. Stesso giorno, stessa tratta, tanto il Frecciarossa di Trenitalia che Italo Treno costano una cinquantina di euro in più: se non si ha fretta (il viaggio dura otto ore, contro le tre di un no-stop Milano-Roma) ci può stare. Terminal di San Donato Milanese: ultima fermata della metro, periferia triste all’estremo sud di Milano. Nessuna palina Itabus, nessun pannello che indichi dove arriverà il pullman, ma tre o quattro giovani con accento romano attendono sotto un’anonima pensilina, quindi... Puntuale, dieci minuti prima dell’orario di partenza, si appalesa il bus serigrafato Itabus: due piani, MAN nuovo di pacca, due autisti (camicia bianca con logo Itabus) fanno il check-in con lo smartphone e invitano i passeggeri, non più di una dozzina, a salire. Nessun messaggio di benvenuto, nessuna indicazione sull’itinerario e sulla durata del viaggio. Ci accomodiamo ai nostri posti, il wi-fi funziona, l’alimentazione degli smartphone pure, per tutto il (lungo) viaggio il 90% degli occhi dei passeggeri sarà fisso sui minischermi. Il restante 10% sonnecchia, in tutto il bus non ho visto un solo quotidiano, un solo libro, e neanche un PC o un tablet. Età media sotto i 30 anni, stranieri nessuno o quasi. Entriamo velocemente sull’A1, dalla quale usciremo più volte (Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Bologna) per raccogliere ulteriori passeggeri; questo giustifica le otto ore (alla fine saranno quasi nove) di viaggio e l’arrivo a destinazione con circa metà dei posti occupati. Nessuna sosta in autogrill: a bordo c’è la toilette, non si perde tempo. Al terminal di Roma Tiburtina nessun messaggio di arrivederci, i passeggeri scendono e si precipitano verso la metro, visto che per molti il viaggio prosegue da Termini. Ridotto ai minimi... termini, il servizio Itabus assomiglia ai voli Ryanair di una ventina di anni fa, quando la compagnia irlandese iniziò a operare da aeroporti periferici, con aeromobili nuovi, personale ridotto e sbrigativo, il meta-messaggio “Paghi talmente poco, sali e non lamentarti”. Il marketing (gratta e vinci, parcheggi, hotel ecc.) sarebbe arrivato dopo. Anche per Itabus il marketing non è ancora arrivato: nessuna brochure promozionale a bordo, nessuna app da scaricare con gli sconti, nessun portale multimediale, niente ancillary sales, nessun invito a consumare dal distributore poche (e costose) bevande e snack. Unico elemento differenziale, la configurazione di bordo, che prevede posti più comodi (una sorta di prima classe), i tavolini per le famiglie, i posti panoramici al piano superiore. Costano qualcosa in più, ma dal sito non si è particolarmente sollecitati a comprarli. I posti standard (quelli indicati come Comfort+) hanno un pitch veramente ridotto, chi è più alto di 1,80m fa fatica a starci dentro. Esperienza positiva, quindi, ma pensata espressamente per chi ha tempo a disposizione e voglia di risparmiare. Appunto, Ryanair vent’anni fa.